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Il dibattito politico italiano sul mercato del lavoro è spesso caratterizzato da una netta contrapposizione tra chi è favorevole alle riforme legislative dell'ultimo decennio che hanno introdotto forme contrattuali flessibili favorendo l'occupazione, e chi invece, è contrario, perché tali riforme hanno introdotto un elevato livello di precarietà, soprattutto giovanile. Dopo una attenta analisi dei dati nell'articolo si supera la contrapposizione manichea sul tema portando ad inserire il problema in un contesto più ampio, che riguarda il welfare, la politica economica e il sistema produttivo italiano.
Un fenomeno da analizzare partendo dai dati Analizzando qualsiasi sondaggio italiano degli ultimi 20 anni o forse più, non si può non notare come il tema del lavoro sia sempre stato al primo o nei primissimi posti tra le preoccupazioni degli italiani (anche se non sempre al primo posto dell’agenda politica). Va detto però, che se fino a una decina di anni fa il vero spettro da scacciare era quello della disoccupazione, dati gli altissimi tassi registrati in Italia in particolare nei primi anni 90, specialmente nel Sud, oggi il problema sembra essere diventato quello della crescente precarietà del lavoro, specialmente per le donne e le più giovani generazioni. Su questo tema sembrano però esserci visioni contrapposte che tendono a stimare e valutare la situazione del mondo del lavoro ed in particolare del fenomeno “precarietà” in maniera totalmente diversa. Credo, però, sia opportuno, prima di iniziare a discutere del problema, analizzare i dati che riguardano il mondo del lavoro in Italia, da un lato per evitare di trarre conclusioni errate e affrettate, dall’altro per meglio capire le dimensioni del fenomeno di cui stima parlando. È indubbio che come conseguenza delle due principali riforme del mercato del lavoro, in Italia vi sia stata una notevole diminuzione del tasso di disoccupazione passato dall’11,3% del IV trimestre del 1997 al 5,7 del II trimestre 2007. Va ricordato, però, che tale tasso si basa sul numero delle persone in cerca di lavoro, escludendo quindi gli “inattivi”, quella popolazione in età lavorativa che per varie ragioni non è in cerca di occupazione. Meno confortante risulta, infatti, il tasso di occupazione, che in questo caso fa riferimento al totale degli occupati in percentuale alla popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Se si guarda alla figura 1, due sono gli elementi che emergono: i. L’Italia presenta il più basso tasso di occupazione tra i grandi paesi europei; ii. il tasso di occupazione negli ultimi anni è pressoché stagnante (con un miglioramento nel 2006). Il raggiungimento di un tasso di occupazione più elevato è un obiettivo fondamentale della strategia di Lisbona, che punta ad aumentare la popolazione attiva quindi il tasso di partecipazione al lavoro negli stati Membri. Da questo punto di vista l’Italia sembra essere molto indietro, anche rispetto a paesi come la Francia e la Germania, che negli ultimi anni non hanno visto certamente brillare le loro economie. Figura 1. Tassi di occupazione (15-64 anni) in Italia, nell’Unione europea e nei principali paesi europei - Anni 1996-2006 (dati del secondo trimestre) 
Aumentare il tasso di occupazione risulta fondamentale per alcune ragioni abbastanza facile da comprendere. La prima, ovvia, è che maggiore è il numero di persone che lavorano e maggiore probabilmente sarà la ricchezza procapite (vedi figura 2). In secondo luogo, aumentando il numero di persone che lavorano, tendenzialmente si migliorano anche i conti pubblici, sia per una probabile maggior contribuzione alle casse statali e previdenziali, sia per un minor numero di persone in condizione d’indigenza che richiedono allo Stato una qualche forma di aiuto. In Italia tale difficoltà ad aumentare il tasso di occupazione deriva (vedi tabella 1) da una scarsa partecipazione al lavoro in primo luogo delle donne, ma anche dei giovani e degli anziani. Da un punto di vista geografico, poi, la diminuzione del tasso di disoccupazione in apparente contrasto con la stagnazione (degli ultimi anni) di quello di occupazione, è da associarsi con la diminuzione del numero degli attivi in particolare nel Mezzogiorno, spesso derivante dall’aumento dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”. Figura 2 Tasso di occupazione (valori %) nel 2006 e numeri indice del livello di Pil pro capite nel 2005 (Ue25 =100)
| Tabella 1. Tassi di occupazione II trimestre 2006 | | fascie di età | ITALIA | UE 15 | | 15-24 | 25,8 | 39,7 | | 25-54 | 73,8 | 78,8 | | 55-64 | 32,7 | 45,2 | | 15-64 | 58,9 | 65,9 | | femmine | | | | 15-64 | 46,7 | 58,5 | | Fonte: elaborazione dati Istat rapporto 2006 | Tutto ciò non sembra essere casuale: il welfare italiano è stato fondato, principalmente, su una forte protezione dell’impiego sul capofamiglia con barriere ai licenziamenti, piuttosto che sussidi contro la disoccupazione, e sul ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale. Ovviamente questo ha comportato per anni la tenuta ai margini del mercato del lavoro delle donne e un’entrata tardiva dei più giovani, favorendo il loro inserimento tramite un’uscita anticipata degli anziani, utilizzando incentivi al pensionamento “precoci” rispetto al resto d’Europa. A questa situazione si è pensato di porre rimedio nell'ultimo decennio con misure legislative che introducessero un certo grado di flessibilità nel mercato del lavoro, soprattutto in entrata. In particolare, sono state introdotte tutta una serie di tipologie contrattuali “atipiche” e a termine che si sono affiancate al contratto di lavoro subordinato “standard” a tempo indeterminato. Se da un lato questa strategia ha comunque ottenuto risultati positivi in termini di una diminuzione del tasso di disoccupazione, con effetti, anche se inferiori, sui tassi di occupazione, dall’altro ha fatto crescere il numero dei lavoratori cosiddetti “flessibili”. Parte di questa nuova occupazione, infatti, è costituita da lavoratori a termine, che insieme ai co.co.co/pro (più in generale buona parte dei parasubordinati presenti nella gestione separata INPS), rappresentano i cosiddetti “atipici”, o lavoratori temporanei. Nel 2006 l’incidenza della componente a termine sull’occupazione dipendente totale è di oltre il 13 per cento, e più della metà della crescita dell’occupazione dipendente è stata determinata da tale componente. Allargando l’analisi dagli occupati a termine all’intera categoria dell’occupazione temporanea, che oltre ai dipendenti con contratto a tempo determinato include anche i collaboratori e i prestatori d’opera, si osserva come questo tipo di occupazione interessi particolarmente i giovani: nella classe 15-29 anni, più del 28 per cento degli occupati nel 2006 era temporaneo. I dati fin qui esposti parlano di un fenomeno rilevante, ma che se confrontato a livello europeo non mostra un’anomalia nei dati italiani: se guardiamo al dato precedente sull’occupazione a termine nella fascia 15-29, l’Europa presenta, in media, dati analoghi (vedi dati Eurostat, Labour force survey 2005). Allora perché in Italia si parla così tanto di “precarietà”? Assenza del welfare, Dualità del mercato del lavoro e la strategia dei “Working poor” Le ragioni sono principalmente due e legate tra di loro: alle modifiche normative nei contratti, non è seguita un’analoga modifica del welfare, introducendo oltretutto una dualità nel mercato del lavoro; a questo vanno ad aggiungersi i problemi derivanti da una specializzazione produttiva che in Italia favorisce lavori a bassa produttività e quindi a basso salario. La debolezza o semi-assenza della spesa pubblica per la protezione sociale assegnata al lavoro (che include la gran parte degli ammortizzatori sociali) rispetto alla media dei paesi europei rende più importante il ruolo del sostegno familiare e spesso tale sostegno non è sufficiente: il 40 per cento dei giovani con contratti temporanei vive in contesti familiari che non sono in grado di sostenerli adeguatamente (rapporto Istat 2005). In Italia piuttosto che pensare ad introdurre un mercato del lavoro più dinamico e flessibile, per tutti, che contemporaneamente tuteli il lavoratore tramite sussidi di disoccupazione appropriati e una politica del lavoro attiva efficacie, si è preferito tutelare il posto di lavoro, senza intaccare i diritti acquisti delle passate generazioni. Ciò ha creato una dualità nel mercato del lavoro: precari contro garantiti, giovani contro anziani. Tale logica ha creato appunto, insider e outsider, uccidendo la produttività e l’innovazione. Dall’altro lato l’Italia ha perseguito la strategia dell’aumento dell’occupazione seguendo la via più breve, che come si sa non è sempre la migliore. Da un punto di vista più generale le vie per aumentare l’occupazione sono sostanzialmente due: strategia della riduzione dei salari “working poor”, con la creazione e la conservazione di posti di lavoro a bassa produttività; la via dell’investimento e dell’innovazione, “working rich”, in cui l’istruzione e il miglioramento delle qualifiche garantiscono la creazione e la conservazione di lavori altamente produttivi. Questa seconda via, più virtuosa e sostenibile alla luce della competizione globale, necessità però di profonde riforme nello stato sociale, nel mercato del lavoro, in quello produttivo e nel sistema di istruzione, oltre che importanti investimenti in ricerca e sviluppo. La prima via, invece, è stata perseguita, al fine di non intaccare gli interessi in gioco di sindacati, ordini professionali e organizzazioni produttive, spesso contrarie ad un aumento dei livelli di concorrenza nei mercati, creando una categoria di lavoratori di serie B, che in Italia spesso coincide con le più giovani generazioni. Tale tesi trova ulteriore conferma oltre che nel modello di specializzazione del sistema produttivo italiano, anche nei dati che fanno riferimento ai livelli di istruzione e di sottoutilizzazione della forza lavoro (vedi figura 3). Se nell’Ue a 25 più elevati livelli di istruzione assicurano maggiori probabilità di occupazione già per le classi giovanili, in Italia accade esattamente il contrario. Per l’Italia il tasso di occupazione dei giovani tra i 20-29 anni con un livello d’istruzione secondario è tra i più bassi d’Europa, quello dei giovani laureati, pari al 50,2 per cento, è il più basso in assoluto, inferiore di oltre 25 punti percentuali a quello medio dell’Unione, e oltretutto più basso di quello dei giovani con titoli di studio inferiori. A questo fenomeno va aggiunto quello del sotto-inquadramento che riguarda in particolare i laureati. In Italia il 16,5 per cento degli occupati ha un titolo di studio superiore a quello richiesto (contro un 10 percento dei sovra occupati) e tale percentuale riguarda ben il 33% dei laureati. E sempre a conferma di quanto detto fin’ora, ai fenomeni di sotto-inquadramento si associano sempre tenendo come riferimento i dati Istat 2006, contratti non standard. In conclusione, si può affermare che non è l’introduzione della flessibilità in sé, che aumenta il livello di precarizzazione del lavoro, ma un mix letale composto di assenza di welfare, di una società bloccata dai vari interessi di categoria e di una struttura produttiva non adeguata alle sfide che la globalizzazione impone. Come al solito in questo paese, a danno dei più giovani.
Figura 3. Tassi di occupazione e di disoccupazione 20-29 anni in Italia e nell’Unione europea per livello di istruzione - Anno 2005 (valori %) |